Un viaggio nel tempo tra acqua, grano e memoria
Il Mulino Corona si erge come una delle testimonianze più significative del patrimonio rurale e preindustriale del Molise, un luogo che racconta attraverso le sue pietre, il legno e l’acqua, la storia di una comunità intera e di una famiglia che per generazioni ha fatto del mestiere di mugnaio un’arte e una tradizione, trasformando la forza dell’acqua in vita, lavoro e conoscenza, una memoria che si conserva intatta nel tempo e ci restituisce il suono delle pale e il profumo della farina appena macinata. Le prime testimonianze documentarie risalgono agli inizi dell’Ottocento, quando il contado molisano contava centinaia di mulini ad acqua e a trazione animale, disseminati lungo torrenti e fiumi che, come vene vitali, alimentavano un’economia contadina basata sulla produzione cerealicola e sulla capacità di sfruttare la natura senza distruggerla. In tale scenario, il Mulino Corona di Baranello si impose come uno dei più importanti del territorio, grazie non solo alla posizione geografica favorevole e alla sapiente gestione della famiglia Corona-Parmentola, ma anche alla presenza di una gualchiera, struttura rara nel Molise, che consentiva di lavorare anche i tessuti di lana, mostrando così un complesso produttivo polifunzionale e ingegnoso.
Il lavoro del mugnaio richiedeva esperienza, sensibilità e una conoscenza profonda tanto della meccanica quanto delle condizioni atmosferiche, poiché ogni variazione di portata d’acqua o di umidità dell’aria poteva influire sul risultato finale della macinazione; lo testimoniavano già i racconti dei vecchi artigiani, come Zi Catarinella e Zi Mario, i quali, seguendo un mestiere appreso dai padri, trascorrevano le giornate regolandosi solo con il tatto per capire se la farina fosse raffinata al punto giusto, un sapere antico che univa scienza e intuizione e che, con il tempo, divenne parte dell’identità del territorio. Non è un caso che il mulino sia stato persino protagonista del calendario della Banca Popolare del Molise del 1980, dove ogni mese rappresentava una scena di vita quotidiana nei suoi spazi, tra gesti ripetuti e saperi tramandati, simbolo di una cultura fatta di lentezza e precisione.
“La memoria può essere preservata non solo nei racconti, ma anche nella pietra, nel legno e nei gesti del recupero”
Col passare dei secoli, mentre l’avvento dell’industrializzazione portava al progressivo abbandono delle campagne, il Mulino Corona continuava a essere un microcosmo di resistenza e di memoria, custode di una tecnologia che, pur semplice, rappresentava una perfetta sintesi tra l’intelligenza umana e le risorse naturali. Ancora oggi, camminando nei suoi ambienti, si percepisce l’eco di quei tempi: le macine, le tramoggie, il canale d’acqua, tutti elementi che raccontano una storia che non si è mai spenta, perché, come scrivono gli autori dell’opera a esso dedicata, “la memoria può essere preservata non solo nei racconti, ma anche nella pietra, nel legno e nei gesti del recupero”.










